Cari amici,
1967 - Taccuino di viaggio
“Che cosa lasci? Dove vai? Con chi parti? Che cosa farai? Aprire delle scuole, degli ospedali, delle chiese? No! E allora? Fare la carità, condurre la rivoluzione della violenza, oppure condurre la rivoluzione della non violenza?
Che farai? Mai fare per fare. Il tuo scopo è quello di cambiare l’uomo, innanzitutto te stesso, gli altri con te, camminando con loro per conoscere e condividere i loro bisogni che sono divenuti i tuoi.
Che farai per cambiare gli uomini e le situazioni?Tu condurrai gli uomini in una campagna per l’onore e la giustizia dei poveri. Tu cambierai le mentalità, cambiando te stesso di situazione sociale, scegliendo il mondo dei poveri, operando perché la società sia a misura dei poveri, perché il paese sia pensato a partire dai poveri, infatti la democrazia si fonda sul rispetto delle minoranze.
Cosa fare concretamente? Mettersi in situazione di povertà, in situazione di giustizia, in situazione di verità. Lasciare tutto, i propri beni, le proprie idee, le proprie sicurezze familiari, sociali e religiose con il rischio di perdere tutto salvo l’essenziale: la giustizia e l’amore”. (Padre Joseph Wresinski - USA - 1967)
Queste parole sono scritte lentamente, ne sono certa, perché le lettere sono larghe, molte parole sono ripassate una seconda volta con la bic. Ogni parola è pesata. Padre Joseph si trova negli USA. E’ il suo primo viaggio in un paese giovane, dinamico dove, da poco tempo, la nazione intera si è impegnata nella lotta contro la povertà. E’ venuto per imparare. Vuole ricavare degli insegnamenti da questo vasto movimento per ispirare l’impegno nel quale ha coinvolto non soltanto le famiglie nascoste nelle bidonvilles e nei quartieri degradati, ma anche gli alleati e i volontari. Questa pagina del suo taccuino di viaggio, scritta quarant’anni fa, esprime chiaramente il cambiamento radicale da portare dentro ciascuno di noi. Che posso fare “io” per mettere definitivamente fine alla miseria?
Possiamo chiederci se i nostri animi sono realmente mutati? E se sono mutati perché la miseria oggi è ancora presente?
Lo scorso anno, in pubblico, nel corso della Giornata mondiale del rifiuto della miseria , un diplomatico americano prende la parola:
“Di solito, quando si inizia un discorso, si citano le personalità che sono presenti. Oggi però, è diverso, rendiamo omaggio a chi tra noi riceve più spesso degli insulti invece che degli elogi, a coloro che noi vediamo ma che ignoriamo. Oggi li guardiamo con occhi nuovi,come amici. Apro allora questa giornata indirizzandomi a tutti, poveri e ricchi, diseredati e ministri , considerandoli come “miei amici”.
Ricordo esattamente il momento in cui presi per la prima volta coscienza dell’esistenza della povertà. Dovevo avere sette o otto anni e vivevamo in Messico. Gli amici dei miei genitori ci avevano proposto di utilizzare la loro casa di vacanze, situata in un posto magnifico a circa un’ora dalla capitale.
Un pomeriggio siamo andati a fare una passeggiata con mio padre. Ad un certo momento, arrivati presso un passaggio a livello, abbiamo lasciato la strada e seguito i binari.Lo scenario è improvvisamente cambiato:l’asfalto ha lasciato il posto ad un sentiero polveroso. Da lontano vedevo delle piccole macchie gialle senza capire cosa fossero. Arrivando al villaggio ho visto che tutti gli abitanti, soprattutto donne e bambini, erano disposti lungo i binari. Portavano vestiti vecchi e usati. Ciò che mi colpì fu che tutte queste persone, compresi i vecchi e i bambini che sapevano appena camminare, si chinavano a terra vicino ai binari. A quel punto ho realizzato che quelle piccole macchie gialle erano chicchi di mais caduti dal treno merci: tutta questa gente raccoglieva il mais chicco a chicco, vero tesoro che il treno aveva sparso al suo passaggio.
Quarant’anni dopo, la scena è sempre presente nella mia memoria e ancora mi rendo conto della fortuna che ho avuto nella vita: genitori che non mi hanno mai fatto mancare di nulla e che mi hanno mandato a scuola e non a raccogliere chicchi di grano lungo la ferrovia; fortuna di essere vissuto in una casa dove avevo una mia stanza e non in una casupola abusiva sotto la minaccia di essere scacciati in qualsiasi momento. Fortuna di aver avuto dei genitori che non dovevano vivere giorno per giorno la lotta per la sopravvivenza.
Sono abbastanza convinto che ognuno di noi decide del suo proprio destino, che è responsabile delle proprie azioni e della propria identità. Tuttavia sarebbe da sciocchi sostenere che quei bambini messicani, avessero la mia stessa opportunità di imboccare la strada verso il successo e la stessa opportunità di aprirsi alla vita, di fare dei sogni e di poterli realizzare.
Per me questo è il messaggio. Non solo riflettere sulla miseria, la sofferenza, le malattie e la morte. Ma andare più lontano e concentrarsi sulla speranza e sui sogni, sull’umanità che noi condividiamo, su un mondo migliore, non solo per noi e per i nostri figli, ma per tutti. L’avvento di questo mondo migliore non si realizzerà perché da qualche parte qualcuno fa qualche cosa, ma solamente se insieme passeremo all’azione.
Lo spirito è cambiato? Era questa la nostra domanda iniziale. Non rispondiamo troppo rapidamente. Prendiamoci qualche minuto per rivisitare la nostra storia, come ha fatto il nostro amico. Cerchiamo il momento della nostra vita nel quale abbiamo incrociato o forse semplicemente, visto sugli schermi della televisione, persone e famiglie la cui vita ci ha messo in discussione. Ritroviamo ciò che è avvenuto dentro di noi, quello che resta scolpito in fondo a noi stessi. Può essere anche l’esperienza personale della miseria e ciò che ha permesso di superarla.
Prendiamoci poi il tempo di scriverla con semplicità per restituire ai più poveri quella parte di storia della quale essi sono all’origine, infatti se si realizza lo scambio, c’è la conoscenza e dunque l’incontro.
Noi così scriveremo insieme una delle pagine più belle della storia dell’umanità, quella dove gli uomini sono definitivamente reintegrati in onore e dignità.
Da vent’anni è scolpita nel marmo la certezza che la miseria è una violazione dei diritti dell’uomo. Da vent’anni è anche inscritto il dovere sacro di unirsi.
Offrire la propria parte di storia, è già unirsi.
Con grande fiducia
Gabrielle Erpicum per i volontari